L’utopia della fattoria degli uomini.
Un bel romanzo bucolico e luminoso sulla possibilità di un mondo migliore.
Di Marianna Panico
10/07/2007

Cosa serve per un’umanità perfetta? È un interrogativo da mille milioni di dollari; vi si sono dedicati i Premi Nobel di tutte le generazioni, e non solo. Però c’è un interrogativo, al quale non sfugge l’uomo della strada. Tutti, più o meno, tentiamo di rispondere, almeno una volta al giorno, ad un quesito inevitabile: “Cosa farei io, che non è stato fatto, per la città in cui vivo?”. Per alleviare ad uno qualsiasi dei nostri disagi, siamo tutti protagonisti di una virtuale vita amministrativa, dove siamo capaci di trovare le soluzioni ai problemi, alle carenze che vediamo attorno a noi. Soluzioni immaginate, certo: più o meno vantaggiose o realizzabili, o ingenue. Ma sta di fatto che l’uomo di strada, il cittadino medio, parla e pensa spesso a come gestirebbe lui la cosa pubblica. Discorsi di fantasia, va bene. Soluzioni surreali, d’accordo. Ma ciò che conta è proprio che: una grandissima parte di cittadini, ogni giorno, ci pensa, ci riflette, su come vorrebbe la sua città! A ben guardare, tutto ciò è segnale di un senso di appartenenza che ancora non abbiamo perduto! E allora eccola, la bella notizia. Nell’epoca della tv al plasma, nell’epoca in cui vige l’elogio del privato-in-barba all-impegno-civico…. Persiste il prezioso sentimento del “far parte di una realtà, di una comunità”. In un paese della provincia, alle falde del Vesuvio, questo si materializza vivacemente in una certa fase della vita cittadina: la fase pre-elettorale. Le persone escono dal letargo di disinteresse e di disimpegno, e avviene il miracolo: il paese è un brulicare , un leggere giornali locali, un chiedere notizie in giro. Le persone frequentano comizi. Ancor più miracolosamente, vanno ai convegni! Magari ci prestano poca attenzione, sicuramente credono poco in quel che ascoltano… Beh, il punto è un altro: le persone escono di casa, vanno fuori, si incrociano nelle piazze e dialogano! In questa fase, dicevo, i paesi si risvegliano, le persone aprono gli occhi e guardano a domani. Guardano a come si immaginano il loro paesello tra quattro, cinque anni! Ci sono eventi a cui partecipare, c’è una scelta (quella elettorale, in questo caso) che fa protagonista anche l’ultimo dei cittadini, e per questa scelta ognuno è a proprio agio nel dire la sua, sulla gestione della cosa pubblica! Ecco perché le campagne elettorali hanno, nei paesini addormentati, un piacevole e utile risvolto: perché viene fuori la vitalità della comunità! E da questo interesse, si può trarre un importante spunto: che la risorsa per fare squadra c’è, va cercata anche tra la gente comune. Per lavorare in massa, per il bene della comunità, occorre scavare tra le macerie di quest’individualismo-e-privatismo-a-tutti-i-costi: troveremo una parte di interesse anche per la cosa pubblica. È il lavoro che spetta a chi vuol rivalutare le province degradanti di questa epoca. Dal disimpegno alla squadra, insomma.

CAMPOVENTO
Collana “Il Rosone”
Editrice Santi Quaranta