Una donna di provincia racconta la sua odissea alla ricerca di un lavoro
- Luisa Terracciano
La carenza di lavoro è un antico problema di Napoli, ma guadarlo dal punto di vista di una donna forse ne esprime ancora di più la drammaticità e il danno che produce su intere generazioni. L’emancipazione della donna, data dalla sua autonomia economica e dalla possibilità di non essere solo moglie e madre, certo nel Sud, soprattutto in provincia, non è avvenuta molto rapidamente. Nei piccoli centri si è cercato di conservare gli stereotipati ruoli maschili e femminili, ma il cambiamento è avvenuto lo stesso, seppure in tempi più lunghi.
Se la mentalità non è più la stessa, è la realtà di un tessuto economico depresso a relegare le donne a ruoli subordinati o lasciarle a casa. Le donne sono tagliate fuori da un mercato del lavoro, che di fatto impedisce una realizzazione, non più ostacolata da un tessuto sociale arretrato, ma bensì dalla lotta quotidiana che si vive nel Sud per il lavoro. La discriminazione avviene a più livelli, innanzitutto riguardo il tipo di lavoro disponibile, per poi passare all’età, alla paga, ai contratti.
La testimonianza di Rosa, una donna che ha più di trent’anni, che ha una laurea che permette l’accesso all’insegnamento, ma che nel frattempo ha bisogno di lavorare, è purtroppo un caso comune. Non sta cercando necessariamente un lavoro qualificato, ma la possibilità di mantenersi in modo dignitoso, visto che è sola.
Il passo più semplice è di presentarsi in quei negozi dove un volantino mostra la richiesta di una commessa, pensa di avere i requisiti, sa parlare con garbo alle persone, ma le viene detto che non ha più l’età per quel tipo di lavoro, anche se deve vendere abiti a signore mature. Il volantino sbiadisce in vetrina, ma una donna di trent’anni non la assumono! Poi ci sono i centri commerciali ed i supermercati, spesso le uniche imprese floride dei piccoli centri della provincia di Napoli, ma ai colloqui subentrano altri problemi: è troppo qualificata e temono che non vorrà svolgere mansioni semplici, e poi fa l’errore di dire di avere in progetto di sposarsi. Questa cosa non è proprio contemplata, matrimonio significa maternità e quindi dover sostituire una dipendente. Il datore di lavoro non si fa scrupoli di dirlo chiaramente che per lui è un grosso problema e poi il part-time, neanche a parlarne. In un altro colloquio è un’altra donna a dirle che “fortunatamente” non è sposata, così almeno avrà la possibilità che la sua candidatura sia almeno presa in considerazione dal datore di lavoro. La naturalezza con cui certe cose vengono dette, fa inorridire, poiché non c’è nessun ritegno ad esprimere una tale forma di discriminazione che è costume comune.
Una donna che cerchi lavoro incappa sempre nei call-center, che offrono, nella nostra realtà, l’occasione più accessibile per donne di qualsiasi età. Il lavoro a “prestazione occasionale”-così è chiamato il contratto- non ti permette di fare nessun progetto, poichè non sai se lavorerai il mese prossimo, la vendita dei contatti, poi, rasenta lo sfruttamento: pochi euro mensili e devi vendere stando attaccata al telefono per racimolare qualcosa a fine mese.
Nonostante tutto questo, Rosa spera comunque di costruirsi un futuro un pò più sereno, nonostante ogni giorno siano calpestati i suoi diritti, prima di persona, poi di donna ed infine di cittadina di una Repubblica fondata sul lavoro.