- Andrea Pomella
E’ una strana sensazione quella che si ha quando il centro storico di Napoli decide di accoglierti. A differenza di quello che si può avvertire in una qualsiasi altra metropoli europea, il centro storico di Napoli ti da una impalpabile sensazione di spaesamento. Altrove ci si sente nel centro di qualcosa, nel luogo più importante e ricco di storia della città che si sta visitando, a Napoli no, non ci si sente al centro di niente. E’ difficile come in pochi altri posti del mediterraneo instaurare un rapporto empatico con il centro storico di Napoli, si ha spesso la sensazione di esserne respinto, di dover prima mettere in campo delle complesse strategie di comunicazione per almeno riuscire a instaurare un qualsiasi contatto con l’ambiente che ci circonda, forse per questo motivo i turisti si limitano ad una fugace apparizione per poi dirigersi verso le più rassicuranti mete consigliate dalle guide turistiche e i napoletani semplicemente l’attraversano, per poi tornare nei quartieri dormitorio della periferia o nei più eleganti quartieri residenziali.
Chi vive al centro storico, non l’elegge a luogo privilegiato della propria quotidianità, chi può, preferisce ritirarsi nelle lussuose abitazioni dei palazzi storici, i meno fortunati si limitano a vivere alla giornata cercando di sfuggire, quando è possibile, ai contatti con le storiche enclavi malavitose. Nei giorni dell’emergenza criminale, Napoli era diventata l’alterità storica del resto dell’Italia, una sorta di utopia negativa da cui prendere le distanze per riaffermare la propria normalità, l’ennesima emergenza giornalistica con cui fare i conti, naturalmente, con gli strumenti dell’emergenza. Napoli si ritrovava così a riaffermare il suo essere discontinuità rispetto al resto del paese, e nella plebe cittadina, che nel centro storico ha il suo regno, si ritrovavano tutti i topoi del degrado urbano. Napoli la plebea, la città dei lazzari, celebrava in suo definitivo trionfo su quella che era stata la città di Vico e di Croce, e i giornalisti illustri che decidevano di occuparsi d’un tratto della città di Napoli, nel fatto che venivano fregati dal furbo tassista di turno, trovavano le prove di una decadenza senza fine.
Chi come me vive appena fuori le mura greche del centro cittadino si ritrovava abbastanza spiazzato da questo fiume di parole, l’Italia si accorgeva che Napoli era un problema nazionale, ma sostanzialmente non cambiava molto, con piacere si notava un incremento delle forze di polizia per strada, ma l’emergenza continuava, vivere normalmente rimaneva un’ utopia e il centro storico continuava ad essere il luogo di un continuo test sociale del tipo: a quale prova verrò sottoposto oggi per riuscire a fare quello che altrove è normale? Sono passati tre mesi, pochissimi per una città abituata a ragionare in termini di decenni per intravedere una qualche forma di cambiamento, qualche voce si è alzata, qualche proposta è stata accennata, ma più che la visita di Prodi il centro storico di Napoli ricorda il funerale di Mario Merola. Le domande rimangono sempre le stesse, Che fare? Da che punto ripartire per provare a delineare un percorso di rinascita? Proviamo per un momento a mettere da parte gli strumenti di una sociologia che rispetto alla realtà napoletana viaggia sempre con diversi passi di ritardo e serviamoci di un ideale caleidoscopio attraverso il quale provare ad intuire i molteplici e contradditori fenomeni di Napoli, proviamo ad osservare il manifestarsi di una realtà sociale che difficilmente può essere costretta in qualche modello interpretativo. Sicuramente il centro storico è un buon punto di partenza per provare a capirci qualcosa, il caleidoscopio di cui ci serviamo, ci restituisce una realtà proteiforme, una strana vertigine ci prende ad osservare qualcosa che altrove semplicemente è impensabile.
Storiche università e caffé letterari che convivono con il continuo manifestarsi di una violenza endemica, spaccio di droga e gruppi di studenti erasmus che si chiedono il perché abbiano scelto una meta del genere per i loro studi all’estero, teatri che miracolosamente resistono, cinema che chiudono per fare posto a pizzetterie e outlet di abbigliamento, unico tipo di imprenditoria presente, disposta a rischiare e a fare i conti con un mercato immobiliare che propone costi inaccessibili per la stragrande parte della popolazione. A una condizione storicamente precaria si è aggiunto l’effetto euro dagli esiti assolutamente devastanti, i salari sono rimasti immutati, e i prezzi si sono raddoppiati, producendo per il centro storico un effetto dirompente, la miseria in cui si è ritrovata la plebe cittadina, ha trasformato il centro storico nel campo indefinito di una banlieu diffusa, le storiche enclavi tipiche del folclore partenopeo si sono mutate in qualcosa di nuovo, non c’è più la camorra stracciona dedita a vecchie pratiche come “la riffa”, la camorra a cui Saviano contrappone ‘o sistema’, forma post moderna in cui si declina la nuova illegalità della periferia nord.
Una nuova realtà in cui convivono le forme proprie di tutte le periferie urbane, come quelle di vere e proprie baby gang protagoniste di esplosioni gratuite di violenza e quelle di una illegalità che sembra il sostrato di qualsiasi rapporto sociale. Il risultato è quello di una città che non ha un nucleo su cui poggiare le sue residue speranze di cambiamento, una città che ha perso la sua vecchia identità, che nel centro storico trovava la sua più classica espressione, per diventare il luogo di una anomia culturale e sociale per la quale ancora non abbiamo le categorie utili per una interpretazione, un qualcosa, però, con cui fare i conti al più presto. Napoli deve ritrovare il suo centro storico, la città non può più permettersi si pagare il prezzo di ritrovarsi senza la sua identità.