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Cosa dico sui "DICO"
Nuovi acronimi per vecchie questioni
- Marianna Panico

Basta non leggere un quotidiano per un giorno e saltare un Tg che trovi nel gergo politico una nuova sigla. Oggi è il turno dei DICO. Ormai assuefatta a sentir parlare di PACS sono rimasta spiazzata da questo acronimo, a dir poco comico. Ma come ormai succede in Italia sigle ridicole nascondono questioni delicate e fortemente dibattute. I DICO sono il disegno di legge sui “diritti e doveri dei conviventi” in questi giorni firmato dal Presidente della Repubblica. Oggi qualsiasi questione riguardi la convivenza tra essere umani in Italia diventa oggetto di feroci scontri di potere tra la Chiesa e lo Stato. Ho volutamente sottolineato convivenza in senso lato e non ho parlato di famiglia, perché, ritengo che sia la convivenza il fondamento di una comunità e non la famiglia. La convivenza è un concetto ampio che investe ogni singolo individuo, per ruolo e scelte, invece la famiglia definisce un nucleo sociale limitato da due o più individui, legati da rapporti di matrimonio, parentela o affinità. Quindi due persone che vivono insieme e non sono sposate, qualsiasi sia il motivo, per il nostro ordinamento non sono una famiglia, ma solo una convivenza. Perdonatemi la pedanteria, ma contribuiscono lo stesso alla formazione della società e sono l’espressione ed il prodotto di una nuova cultura sociale. Anzi, dirò di più, secondo me anche il single ha uno status sociale che va riconosciuto e garantito in una società moderna. Però, per non allargare troppo la discussione rimango sul terreno delle unioni civili. Un Governo che interpreta e regola la società di cui è espressione non può trascurare queste nuove forme di nuclei sociali e bene ha fatto a partorire un disegno di legge, ancorché scialbo. D’altra parte, la Chiesa per il ruolo morale che riveste non può ignorarli, ma neanche vietarli. Trovo l’irritabilità della Chiesa su questi argomenti molto fastidiosa. E’ importante discutere e confrontarsi su argomenti fondamentali come la famiglia e l’evoluzione strutturale della società, ma è necessario farlo sempre con serenità, senza pregiudizi e preconcetti atavici. Un atteggiamento di battaglia di parole e mobilitazione della Chiesa contro la legge sulle unioni di fatto senza se né ma, crea solo un muro contro muro. Mi chiedo, “a che” o “a chi serve”? I dati dei sondaggi dei maggiori istituti demoscopici (Ispo, Ipsoso, Iper, Marketing, Euromedia) dicono che il 70% degli italiani è favorevole all’estensione dei diritti alle coppie eterosessuali, percentuale che diventa il 75% se si parla specificamente di estensione diritti economici (reversibilità della pensione, permessi a lavoro, occupazione dell’appartamento del convivente), tale percentuale sale al 90% dei consensi se si parla del diritto di visita in ospedale. Sono più favorevoli i giovani sotto i 35 anni rispetto agli ultracinquantenni. Se si circoscrive la domanda al riconoscimento per i diritti di convivenza alle coppie omosessuali la percentuale dei favorevoli è del 48%. Anche il diritto all’adozione raccoglie il 50% dei consensi per le coppie eterosessuali, ma sprofonda al 20% per gli omosessuali. Testando politicamente il sondaggio, i favorevoli degli elettori dell’Unione sono il 65% e della CdL il 58%. Sul versante dei cattolici, intendendo solo quelli che vanno a messa la domenica, la percentuale dei favorevoli è del 51%. Sono percentuali strabilianti perché elevatissime, argomentano una sensibilità sociale verso i conviventi molto matura e trasversalmente radicata. Che fare di questa istanza? Lasciarla inascoltata? Si può banalizzare al questione parlando di attacco alla “famiglia tradizionale”? Ma che significa “famiglia tradizionale”? Ho spulciato qualche testo universitario di mia sorella educatore professionale e ho trovato questa bella definizione di Lèvi Strauss (1967) definisce la famiglia come “L’unione durevole, socialmente approvata, di un uomo e di una donna e dei loro figli”. Fino ad ora il “socialmente accettato” avviene attraverso la celebrazione del matrimonio civile e/o religioso. La durata dipende certamente dal volere delle parti, certo è inimmaginabile che due persone stiano insieme contro la propria volontà. Il divorzio, al di là di quello che dice la Chiesa è una grande conquista di libertà e di civiltà. Sui figli, la discussione si può fare infuocata, voglio solo osservare che ormai non solo le coppie omosessuali sono sterili, la legge 40/04 sulla fecondazione medicalmente assistita e la battaglia per modificarla sono la prova lampante di quanto il problema sia all’ordine del giorno. Nei fatti la famiglia tradizionale non esiste più. La società si è modificata, è costituita da nuovi elementi e nuove forme dei rapporti umani. La Chiesa invece si preoccupa solo di rendere inattaccabile la famiglia tradizionale, mentre dovrebbe avere, a mio modesto parere, come preoccupazione il suo contributo al raggiungimento dell’obiettivo di una serena e pacifica convivenza umana. Dovrebbe, a mio avviso, concentrarsi sulla costruzione di condizioni morali che diano stabilità e serenità agli essere umani, lavorare affinché i nuovi nuclei sociali siano la sede di un clima di fiducia, rispetto, collaborazione e comprensione umana. Non credo che questo si raggiunga con l’autoritarismo. Io sono personalmente contraria a dare alla religione un ruolo politico di regolazione sociale. Ma se proprio deve farlo allora mi interesserebbe capire come pensa di farsi carico della condizione della donna che oggi è la più pesante possibile nell’impossibilità di conciliare lavoro e vita familiare, come pensa di affrontare la virulenta violenza giovanile, questo solo per citare due delle questioni sociali ancora aperte sul tavolo della politica sociale. Forse, la verità è che mettere a repentaglio la famiglia così come è intesa dalla Chiesa, unione naturale tra uomo e donna per procreare, non è mettere a repentaglio la società ma la Chiesa stessa in quanto istituzione di potere. La strisciante dominazione culturale cattolica che leggo in questa battaglia mi spaventa e la rifuggo in un anelito di libertà che credo caratterizza ogni uomo di buon senso. Le battaglie culturali per la libertà sono le più difficili, ma vanno combattute fino in fondo e sempre. I DICO sono solo l’inizio di una rivoluzione culturale necessaria all’ammodernamento civile del nostro Bel Paese. Il resto dell’Europa ci è già arrivata prima di noi, siamo ancora il fanalino di coda, abbiamo bisogno di più tempo perché viaggiamo su velocità basse, mi conforta solo il fatto che sui temi eticamente sensibili non siamo del tutto fermi.