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Gli Usa sono protezionisti?
Esportare nella patria del libero mercato. - Antonio Murru

Protezionisti. Così sono gli italiani secondo tanti esperti di economia che non fanno altro che ripetere ai governi, di qualsiasi colore essi siano, che anche il Belpaese deve diventare più coraggioso ed affrontare le sfide che il mercato ci propone. Noi  però siamo testardi e la lezione non la vogliamo imparare e, per fare un esempio, ci opponiamo alla vendita della Telecom ad americani e messicani. Se qualcuno fa notare che alla fine l’azienda controllata da Tronchetti Provera finirà in mani spagnole, gli stessi esperti ci rispondono che comunque il potere esecutivo ha cercato in tutti i modi di modificare le regole a partita in corsa, cosa che se si crede nel mercato non si può fare. Tutto giusto e tutto vero. Nel mondo dei sogni, o in quello di chi pensa che le regole vengano scritte e soprattutto messe in pratica da organismi sempre imparziali e al di sopra di ogni sospetto. Si prenda per esempio un mercato il cui prodotto sprizza italianità da tutti i pori, quello della pasta. Quanti sanno che una delle bandiere del made in Italy è soggetta ad un dazio che si aggira a circa il 15% nel mercato Usa? Forse non tanti, anche perché quando si parla di misure antidumping, quelle contro la concorrenza sleale, la mente corre immediatamente ai paesi in via di sviluppo ed alle loro imprese. In questo caso però non è così, perché anche un’azienda italiana che vuole  giocare la propria partita nel mercato statunitense corre forti rischi di vedersi modificare le regole ogni anno, con tutte le conseguenze che ne derivano. Per rendersi conto di ciò bisogna partire dall’interpretazione che gli Usa hanno dato della normativa  antidumping - normativa che la World Trade Organization  ha scritto per tutte le società degli stati membri - su un argomento estremamente spinoso, quello delle esportazioni. Il principio nella sostanza è questo: non si può vendere in un mercato straniero, al netto dei costi di trasporto, ad un prezzo inferiore a quello praticato all’interno, o nel caso in cui non si operi nel proprio Stato, a quello di un altro mercato di riferimento. Se ciò non accade si deve pagare la differenza. In pratica se io italiano vendo pasta in Italia a 50 centesimi non posso farlo a 45 centesimi negli Usa, a questa cifra però si devono aggiungere le spese di esportazione. Fin qui tutto logico, la regola sembra soltanto una difesa utilizzata per evitare che i mercati dei paesi occidentali, dove la tutela del lavoro è maggiore, siano “invasi” da aziende che, senza i “lacci e lacciuoli ” rappresentati dai diritti dei lavoratori, possano adottare politiche molto aggressive. Evidentemente per gli Usa l’Italia e le case produttrici di pasta, ma non solo, fanno parte di questa categoria. A dire il vero c’è la possibilità che il dazio non venga pagato, ma questa ipotesi rappresenta certamente l’eccezione. Inoltre il cammino per raggiungere il trattamento favorevole di esenzione è estremamente accidentato. La regola è invece quella di selezionare alcune società e, sulla base dei controlli effettuati su queste, calcolare un dazio medio nazionale. La casa Bianca spende i suoi soldi per mandare alcuni dipendenti del Department of Commerce  in giro per il mondo a spulciare tra le carte di società italiane ( ma non solo italiane)  per verificare quale debba essere il sovrapprezzo da applicare a tutte le aziende del nostro paese, a prescindere dalle loro caratteristiche peculiari come per esempio le dimensioni (solo per citare la più ovvia), utilizzando come tratto unificante la categoria di merci prodotte. Uno scenario del genere dovrebbe far rizzare i capelli a tanti di quei seguaci delle teorie della scuola di Chicago che vedono nel mercato e nella sua capacità di autoregolamentarsi  l’origine di ogni bene possibile  su questa faccia della terra. Ci sono anche altre notizie piuttosto divertenti per i nostri liberisti a senso unico. Le aziende che rifiutano di sottoporsi alle analisi dei rappresentanti di Washington in pratica perdono ogni possibilità di operare negli Usa, dal momento che vengono colpite con un dazio punitivo di circa il 45%. Se qualcuna invece vuole tentare di ottenere un trattamento più favorevole di quello medio nazionale del 15%  deve intraprendere una strada molto complicata,  chiedendo di essere sottoposta ad una verifica che si articola in almeno tre anni ed altrettanti periodi di osservazione.
La scelta però non è facile da prendere, perché in un meccanismo del genere c’è la sicurezza di dover sostenere spese legali (gli avvocati sono sempre ovviamente targati Usa… avvantaggiati pure loro da questo sistema??) estremamente onerose, centinaia di migliaia se non milioni di euro. Queste cifre non  sono sopportabili, soprattutto per le PMI, anche perché i risultati sono tutt’  altro che certi. Non è raro infatti che nel corso degli anni i dazi possano aumentare, per valutazioni non sempre chiarissime, di venti o trenta punti  con effetti retroattivi per tutto il periodo di osservazione, obbligando a pagare anche per la merce già venduta.  La conseguenza, voluta?, è che le aziende più piccole sono spesso costrette a rinunciare al mercato statunitense per evitare danni maggiori. Ci sono altri particolari necessari a rendere il quadro ancora più completo e a spiegare quale è lo spirito con cui la patria del libero mercato interpreta queste regole del WTO : una parte dei soldi recuperati attraverso questo meccanismo vanno finire nelle tasche dei cosiddetti petitioners. Chi sono i petitioners?
Sono le aziende statunitensi che, producendo la stessa merce di quelle straniere che sono riuscirete ad ottenere un trattamento fiscale più favorevole, si rivolgono al loro governo ritenendo di esserne state indirettamente danneggiate. L’imposizione dell’aumento del dazio agli stranieri parte spesso dalle loro iniziative. Per la cronaca, questa pratica, un finanziamento di società americane con i soldi di imprenditori esteri , è stata considerata fuorilegge dalla World Trade Organization che ne ha imposto la cessazione nei prossimi mesi, ma fino a questo momento le cose si sono svolte così. Si dice e si è ripetuto in questi giorni che per una società commerciale, di qualsiasi tipo essa sia, la certezza del quadro normativo in cui si troverà  ad operare è assolutamente fondamentale. Il principio però dovrebbe valere tanto per un colosso che vuole acquistare  una società proprietaria della rete telefonica di un paese europeo quanto per chi, più modestamente, vorrebbe soltanto vendere il proprio prodotto in quello che oggi è il più grande mercato del pianeta. Quali possibilità hanno le piccole aziende italiane, e tra queste molte campane, che, sottoponendosi ai controlli del Department of Commerce, corrono seriamente il rischio di vedersi modificata di anno in anno la percentuale di dazio che il Doc  assegna loro? Abbastanza poche. Non è un caso infatti che in tempi piuttosto brevi ne muoiano e rinascano tante, a volte dalle loro stesse ceneri, alla ricerca del favoloso dazio zero. Di una di queste si parlerà in un prossimo articolo.