L’Italia è un paese in cui vive una società matura.
Il nostro andamento demografico, in linea con quello delle economie avanzate, mostra una crescita scarsa o nulla rispetto agli standard mondiali, e la stessa riproduzione già oggi è, e sarà, sempre più legata ai figli degli immigrati.
Non siamo proprio una gerontocrazia, ma la nostra età media cresce, e con essa il tempo di vita, e non ultimo il tempo complessivo di lavoro compiuto nell’arco della nostra vita.
Un simile scenario, quali conseguenza comporta nel fluire del naturale avvicendarsi delle generazioni nel mercato del lavoro?
Alcune recenti politiche economiche, per intenderci quelle ultraliberiste, teorizzano, per i paesi in situazioni consimili all’Italia, che la flessibilità possa essere il grimaldello con cui cavare il tappo di bottiglia dell’accesso al mercato del lavoro in favore dei giovani.
Flessibilità che si è poi rivelata , nelle variabili sin qui esperite, essere ben altro nella sua applicazione materiale sia per le ricadute avute sulle condizioni di vita che sulla tenuta del sistema Italia in quanto tale.
E, difatti, a ben vedere da noi si deve ancora intraprendere un percorso serio e condiviso in materia di flessibilità del lavoro che prescinda, risolvendone il rapporto, dalla sua esemplificazione nella precarietà.
Il permanere al lavoro di sempre più persone per un tempo sempre più lungo, ancorché essere presupposto di un equilibrato computo delle spese contabili dello stato in materia di previdenza e tutela sociale, risulta però in qualche misura anche un freno al rinnovamento dei processi produttivi e così in ultima istanza alla via alta alla competitività, giacché nel contempo il procedere della rivoluzione informatica stravolge l’assioma per cui più produzione equivale a più posti di lavoro.
L’ultima iniziativa legislativa in merito, compiuta dal governo Berlusconi, il dl 276, in termini di politiche del lavoro ha rappresentato un tentativo di agire sulla leva del mercato come viatico per aumentare l’occupazione giovanile, accentuandone talune sue caratteristiche costitutive, in primis la competitività, ed agendo per via della precarizzazione del rapporto di lavoro e dei contratti che soprintendono la relazione tra datore e prestatore d’opera (processo già avvenuto un quindicennio prima sul versante della pianificazione e dei metodi della produzione e nel rapporto tra committente ed esecutore).
Ma quanto il mercato implichi ricambio, dipende dalla domanda, è funzione dell’interscambio economico in termini di volume e valore, e non dell’offerta a basso prezzo della manodopera, almeno lì dove non è più la produzione massificata la via principe dell’apparato produttivo e delle reti commerciali.
Difatti l’occupazione giovanile è sì in qualche misura cresciuta in questi anni, ma solo in termini assoluti, includendo delle statistiche degli occupati anche l’evento-chiamata-al-lavoro, e non la quantità proporzionale delle giornate lavorate, né gli sviluppi degli eventi di stabilizzazione del rapporto di lavoro, né la capacità di spesa o la crescita delle competenze lavorative.
Si è creato un sorta di limbo nel mondo del lavoro in cui i giovani sì entrano, ma non a parità di diritti e prospettiva, e non sapendo né se, né come ne usciranno, disperando di approdare a forme di stabilità e continuità che permettano un pieno inserimento sociale ed una qualche forma di programmazione della propria vita.
La precarietà (non in assoluto la flessibilità) non agevola, ma ipostatizza il ricambio generazionale, impedendo una piena presa di funzioni da parte dei “nuovi entrati”, i virtù della loro aleatoria condizione di continuità.
E’ la condizione di precarietà di tanti che rende il tema del ricambio generazionale un problema in materia di mercato del lavoro.
Non c’è lavoro di qualità senza sviluppo, e difatti l’Italia negli ultimi quattro anni è cresciuta meno, cioè è diventata più piccola anche rispetto ad altri paesi che hanno visto una crescita di appena più del 2% anno.
Invertire questo processo, materializzare politiche di sviluppo e di crescita sia quantitativa che qualitativa, può essere l’inizio, il vero incipit di ogni possibile ricambio generazionale che sia realmente e pienamente tale.
Una società che voglia crescere oggi attraverso la valorizzazione delle proprie energie più giovani, ed a partire dalle non idilliche capacità del motore economico italiano ad agire nel presente contesto di alta competitività internazionale, non può prescindere da un coacervo di fattori concatenati, ma taluni di essi possono essere dirimenti.
La qualità dell’offerta formativa, che si adatti alle continue esigenze di riproduzione ed aggiornamento delle conoscenze proprie dell’attuale mercato del lavoro rappresenta una precondizione per poter disporre, come collettività, di linfa vitale funzionale allo sviluppo del sistema paese.
Assieme a ciò si lega la tutela della parità di accesso e l’esigenza di forme di accompagnamento ed indirizzo nel corso degli studi, a garanzia di quel principio di uguaglianza che è un punto cardine nel conciliare la riproduzione dei saperi e delle professionalità con un ricambio trasversale e non “pre-selezionato”.
Le nostre vite, e soprattutto le vite delle generazioni più giovani, fluiscono in un contesto dinamico , che poco tiene conto dei rispettivi punti di partenza.
La parità delle opportunità di accesso al credito e la attività del pubblico nell’orientare ed accompagnare la libera intrapresa devono oggi confrontarsi anche con la necessità di superare il paternalismo ed il familismo insiti nel sistema delle imprese italiano.
Nel panorama di un mondo imprenditoriale almeno parzialmente ripiegato su se stesso, è in vece urgente prefigurare le scelte di politica economica che pongano le condizioni di un ricambio anche dal basso del ceto produttivo-imprenditoriale.
Levi legislative che agiscano con l’introduzione di innovativi strumenti di accompagnamento alla creazione di impresa ed alla concentrazione produttiva, in funzione di quella crescita dimensionale delle imprese che sola permette la massa critica capace di mettere in moto, per necessità endogena , energie rilevanti nella ricerca e nella specializzazione produttiva, anticamere dell’innovazione e del rinnovamento, quindi del posizionamento di mercato.
I mondi delle professioni del bel paese comunicano scarsamente tra loro ed ancor meno con gli omologhi europei, procedendo in un arroccamento che sempre più è difesa di posizioni acquisite e finisce per essere freno non solo ad un ricambio che non sia filiale o parentale.
Una riforma complessiva di questo insieme di sistemi chiusi non solo urge per re-integrare ad una coralità e compartecipazione al sistema-paese le classi dei “mediatori della conoscenza specialistica”, andatasi progressivamente perdendosi negli ultimi 20 anni.
L’apertura di questi settori al mercato, sotto il controllo e l’indirizzo del pubblico in termini di qualità del servizio reso, trasparenza tariffaria ed efficienza fiscale, può agevolare l’ingresso, la nascita e la crescita di nuove realtà, oggi sommerse o solo parziali protagoniste nella sfera economica, produttiva e sociale nel campo non solo dei diritti, ma anche delle responsabilità.
L’avvio di politiche di inclusione ed integrazione, che mirino all’internazionalizzazione dei nostri territori, ed in particolare delle aree urbane può accompagnare in modo virtuoso gli inevitabili moti della storia, come la pressione dei flussi migratori ed in generale l’aumento progressivo della mobilità umana, delle merci e delle conoscenza.
Abbiamo bisogno di un nuovo processo di confronto, riconoscimento e collaborazione tra le culture e le esperienze al nostro interno e fra il nostro interno ed i territori a noi vicini e lontani, a partire dalla prospiciente area arabo-mediterranea.
I migranti che attraversano i nostri luoghi, quelli che ne divengono residenti, quelli che ne sono respinti e quello che ci restano solo un po’, così come chi ci arriverà in futuro, sono la possibilità di ricambio più prossima ed al tempo stesso la più rimossa nelle sue potenzialità positive.
Dicevo quindi di una società matura che fatica a rigenerarsi e che non ha trovato ancora la chiave di volta per garantire che il ricambio generazionale nel mondo del lavoro rappresenti un avanzamento generale dei livelli e dei modelli sociali e degli standard di vita.
Di una strada smarrita, in Italia, che conduca alla crescita (ed al momento non si vede neanche quella), ma passando per la piena inclusione ed il rinnovamento sociale.
In summa, come diceva Georg Trakl nel “Canto dell’esule”:
“ I purpurei martiri, lamento di una grande progenie,
Che devotamente ora trapassa nel solitario nipote.
La ferma silente casa ed i sentieri del bosco,
misura e legge dei lunari sentieri degli esuli.”