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Prosa del pendolare
Parte Prima : Il Mercato dei Cantieri
Un’inchiesta di Marcello Anselmo

«Come sempre un calcolo perverso rinnovava e ridefiniva il mondo» - J.G. Ballard

Nel nostro paese a differenza di quanto accadeva con le migrazioni di messa del novecento i primi anni del nuovo millennio ci hanno consegnato un quadro estremamente più frastagliato, precario e regolato da parametri di iniquità dello sforzo. Da quando il primato dell’economia si è affermato su quello della politica i flussi di manodopera qualificata come dequalificata sono andati a riempire spazi lavorativi sfuggenti svuotando i territori di provenienza e minandone anche le possibilità di sviluppo. Non si vuole affrontare la vicenda delle migrazioni globali che coinvolgono popoli e stati di altri continenti. Si vuole partire questa volta dal nostro territorio scavando nei solchi lasciati dalle migrazioni interne al nostro paese, a come queste si siano moltiplicate, abbreviate, riposizionate rispetto a nuovi parametri economici e sociali. Migrazioni momentanee se non veri e propri pendolarismo di lunga distanza che avvengono ancora e principalmente in treno, mezzo di trasporto collettivo e perciò controverso, legato a necessità non più di utenti ma dei diversi clienti, consumatori di un servizio essenziale – quello dei trasporti- che mostra crepe accentuate dalla sua struttura e politica farraginosa. Il treno è un contenitore in movimento di narrazioni territoriali che incrociano realtà diverse e attraversano vissuti che costituiscono la materia prima del futuro delle generazioni del paese.
Lo spostamento di manodopera è diventato momentaneo ma continuo, occupando comparti diversi, coinvolgendo la classe media agiata in un movimento di pendolarismo che diventa negli anni sempre più strutturale. È una mobilità che mostra sintomi non necessariamente patologici ma delle spie di una condizione moderna della perdita di perimetri territoriali definiti. Significa l’accettare di spostarsi in base alle necessità del mercato, alle sue richieste, e rinunziare ad impiantare strutturalmente nel proprio territorio presidi di socialità e professionalità. I meccanismi del lavoro obbligano ad accentuare il proprio adattamento e lo spostamento continuo è entrato negli usi sociali degli italiani. Ed intorno ad esso si innervano percorsi informali, di adattamento, delle vere e proprie tattiche di vita, strategie di sopravvivenza dai caratteri contrastanti e contraddittori.
La migrazione pendolare coinvolge dunque ceti sociali diversi. Da questa prospettiva il privilegio sociale delle classi medie sembra rarefatto e indebolito, condizione tanto più riscontrabile se si prendono in considerazione le nuove forme di pendolarismo che è diventato una delle condizioni dell’incontro tra l’agiato e il subalterno.

1- Il mercato dei cantieri
Esterno notte, San Nicola la Strada a due passi dalla reggia di Caserta, imponente residenza del niente. Rare automobili percorrono in entrambe le direzioni il vialone che dall’uscita dell’autostrada del sole porta verso la città. La luce dei fari affonda nella luce lattiginosa ed arancione dei lampioni: è uno scontro di luci, che ben presto lasceranno il posto ad un’alba umida che odora di fuoco stantio e di sesso clandestino consumato sui sedili di un’automobile. Una chiavata fatta in fretta e furia prima di partire, con la prima donna scelta tra le ultime che sono rimaste in esposizione, quelle che fanno le ore piccole per arrotondare una già misera percentuale di profitto, ottenuto con la bocca o con il culo. Prima di partire bisogna sfogarsi, per stare bene tutta la settimana, perché intorno ai cantieri non c’è vita, c’è solo la pianura, e la nazionale brentana. E là è tutto nebbia, le puttane costano di più e soprattutto nessuno ha l’automobile per caricarle. Ci sono sinonimi e contrari per indicare qualsiasi aggettivo eppure non bastano a descrivere l’enorme stupore che si prova a osservare il mercato dei buoi. Le bestie nervose che girano in tondo in attesa della botta che indichi il cammino, gli occhi timidi e furenti, i musi arricciati e soffianti. A differenza dei buoi gli uomini che aspettano nello spiazzale antistante al primo autogrill dell’autostrada sono, invece, figure calme, piuttosto stanche, restie all’espressione. A passarci in mezzo non suscitano alcuno stupore, si scambiano poche parole e fumano molte sigarette. Ci sono i termos per il caffè, scuro e dolce, e non perché si debba risparmiare ma perché il caffè dell’autogrill fa schifo, è imbevibile. Termos di plastica dentro buste di supermercato. Guardandosi introno si indovinano tre gruppi di circa venti persone ciascuno, ma ognuno se ne sta per conto proprio mantenendosi vicino al cugino, allo zio, al compare, al fratello, al cognato, «all’amico dell’amico che ha fatto il piacere di chiamarlo a lavorare…». Ogni grazie è in realtà una bestemmia, perché lavoro da soma è, ed anche mal pagato. Lo spettacolo dei buoi è più affascinante. «Le bestie non pensano, girano soltanto» dice Nico. E lui di bestie ne conosce perché il nonno era uno stalliere di bufale. E anche lui ha trattato gli animali, li vendeva, «io i bufali li ho portati fino in Francia», continua a ripetere mentre aspetta l’arrivo di due furgoni bianchi e di una monovolume grigio metallizzato a nove posti, mezzi che tardavano ad arrivare. Nico all’attivo ha tre sorelle, una mamma e sette anni di carcere. Manovale, carpentiere, piastrellista e all’occasione assalitore di tir e di tabaccai per conto terzi. Le sorelle sono piccole e tentate dalla vita, da tenere sotto controllo ora che papà se ne andato.

E bisogna lavorare, perché altrimenti come si guadagna. «Vuoi vedere che adesso ci dicono di andare a rubare», opinione comune e sciocca perché il privilegio del furto è roba da élite: «gli altri, tutti gli altri sono tutti dei balordi, nervosi e senza capa» e con gente così non si può cento lavorare insieme. Meglio il cantiere, meglio fare il sorvegliante nel cantiere che è una sorta di responsabile, di kapò, ma stanco della galera che si affida ad un delinquere diluito. È un amministratore del lavoro quello vero, nero e molto lucroso. È il lavoro degli altri che fa fare i soldi, e i sorveglianti di questa massima hanno fatto regola. Il cantiere è come fuori: c’è chi amministra e chi è amministrato, chi comanda e chi fotte. Nico la chiavata prima di partire se la fa sempre per resistere al fatto che non comanda su nessuno. Che è inaffidabile e il cantiere non resta per più di due settimane, come una quindicina d’altri tempi. In ogni cantiere per un motivo o per un altro è stato cacciato ma il caso ha voluto che riuscisse a rimanere sempre nella stessa zona perché di cantieri ce ne sono tanti tra Emilia e Lombardia per costruire l’Alta Velocità. Sono due anni di viaggi e andirivieni, da quando è uscito di galera e qualcuno lo ha sistemato, gli ha trovato un mestiere, uno qualunque. All’inizio è stata dura perché sistemare anche due pietre vicine che, però restino dritte e allineate per la colata di cemento, non è cosa semplice, bisogna saperla fare. E si impara un po’ improvvisando, un po’ guardando gli altri, un po’ masticando amaro. Poi d’improvviso le cose riescono da sole, la saldatura va bene, la rifinitura anche e nessuno più si interessa a te, neanche per dirti che hai fatto uno schifo di lavoro. Sul cantiere si arriva di lunedì e si riparte il venerdì. Quando serve si resta su anche il fine settimana ma un lavoro intero non dura più di due mesi. Poi finisce e se ne cerca un altro, si torna all’autogrill. I due furgoni sono arrivati e restano fermi con i motori accesi. Il sorvegliante è sceso e sta radunando i buoi, i gruppi di avvicinano, «Collo di cane ! Ci sta Sasà Collo di cane » uno grida. Da un gruppo di fronte agli automezzi uno fa un mezzo passo e risponde: «Ci sta e dice quindici». Ma quell’altro rilancia: « A me sette, e mi serve pure un falegname». «Quello che vuoi, quello sta qua. 15 euro all’ora» di cui sa bene di averne già intascato la metà per commissione. «Ma quale quindici? Che dici? Che hai capito? Ci sta Maisto? ». Un uomo corpulento e dagli occhi bovini alza un braccio e risponde «Eccomi qua. Sto qua, ti faccio dieci all’ora, però te li pigli tutti e venti che sono ». Il sorvegliante incomincia a sputacchiare mentre si accende una sigaretta. Ne aspira il primo tiro e chiede il caffè. Il bicchierino monouso è già pronto sul furgone che ha il fornelletto elettrico con l’alimentatore infilato nell’accendino del cruscotto. Il caffè arriva in un mormorio « adda murì mammà, ma che stai dicendo? Ci fai partire? Io voglio quindici all’ora che ci vado a fare se no? è una miseria, mi hai fatto venire qua, tu mi hai chiamato e mo’? mo’ che succede? Bisogna capire, Così è. Ci stanno i neri che lavorano a cinque, prendete oppure là sta la via. Ma come i neri? Quelli i neri con voi non ci vengono neppure. Vi schifano pure loro. Oh che cosa hai detto? Vieni qua, vieni,che ha detto? Lascia, lascia perdere, lascia sta’…»

Il sorvegliante intanto guarda divertito e si accorda coi sensali poi esclama: « Ooh, non fatevi male che a noi ci servite interi. Basta! Prendo quelli di Gigi a’ Scignitella, dieci di loro a dodici. Il falegname a tredici. Ma o’ ssap’ fa?» «Sì, sì, tutto posto, non ti preoccupare, è roba buona ci sta pure un mastro ferraro in mezzo». Concluso l’affare il gruppo si dirada, si rifanno i gruppetti e dalla renault esce un altro sorvegliante che dice «Per me nove persone». I più robusti si fanno avanti: «io scarico i container al porto». «Io faccio il magazziniere a Nola» e il rilancio è sempre più alto. I nove vengono scelti, gli sportelli si aprono, si sale, e si parte. Sono le 4: 10 del mattino, la notte quasi non c’è più, e le ragazze sono andate tutte a dormire. Nico rimane lì, aspetta le sei, quando arriveranno i furgoni per il Lazio, per i cantieri più vicini. «In Lazio pagano di meno perché sono direttamente i napoletani a gestire gli appalti. Sono le imprese titolari del cantiere e ci amministrano loro. Quando si va al nord invece tutte le lavorazioni sono affidate in subappalto, e l’importante è che il lavoro venga svolto per cui pagano un po’ di più». In ogni caso i soldi non sono mai delle imprese ma dello stato o delle sue società ambiguamente privatizzate. Gli operai edili campani e calabresi hanno ristrutturato il palazzo della regione Emilia-Romagna, hanno rifatto case, costruito capannoni, autostrade e la ferrovia del 2000. Edili spesso senza mestiere, senza formazione e senza la minima conoscenza dei rischi, dell’antinfortunistica, dell’usura da lavoro. Edili per necessità e fatalità, perché unico mercato a continuare ad assorbire manodopera non qualificata per mansioni pesanti. Nel lavoro edile le qualifiche si assumono sul campo, si studia poco e male perché tutto sommato in cantiere non bisogna rispondere a nessuna telefonata, non bisogna scrivere, leggere, essere brillanti, bisogna lavorare e basta, alla faccia del lavoro immateriale e dei call center. Sulle impalcature fa freddo e la baracca di lamiera non è riscaldata, il caffè si beve freddo ma corretto, come si usa in alta Italia. Il settore edile è l’ambito in cui il pendolarismo e il lavoro nero assumono forme concrete micidiali. Decine di persone di tutte le età si spostano di cantiere in cantiere rincorrendo impieghi saltuari e precari. Le distanze che si percorrono per lavorare sono varie, si va dalla lunga distanza, alla media e alla breve. La prima può arrivare finanche in Germania seguendo una qualche commessa dello stato tedesco ottenuta grazie ad una efficace offerta al ribasso. Preso il lavoro si frantuma in tanti minuscoli subappalti che si radunano in due pullman di operai partiti da Napoli e arrivati prima nella regione di Mainz e dopo in quella di Offenburg per costruire due tratti di ponteggio autostradale. Le medie distanze arrivano in Emilia, Veneto, Lombardia passando per la Toscana paradiso delle ristrutturazioni. Le brevi si spingono fino all’alto Lazio, ancora terra di ruderi e autostrade. I cantieri sono privati e pubblici ma questo agli operai non interessa, semmai interessano il sorvegliante che deve rispondere nella maniera più esatta possibile in caso di visita degli ispettori del lavoro. Ma nei cantieri lontani e nascosti nella nebbia densa dell’inverno padano, passa a tutti la voglia di camminare e di andare in macchina, anche ai più volenterosi e diligenti ispettori che pur cercando non trovano mai il sito giusto. Gli ispettori quando arrivano, sono annunciati da una breve telefonata che fa partire un fischio lungo e ritmato. E d’improvviso il lavoro si ferma, i martelli non battono più, le cazzuole interrompono il loro raschiare, il cemento continua a scendere non più governato. Al fischio si abbandona il posto di lavoro e si lascia il cantiere. Ma non c’è neanche un bar dove rifugiarsi e allora si aspetta un po’ defilati in attesa che il custode convinca gli inopportuni visitatori che è tutto chiuso per lutto, nonostante le macchine ancora calde e i fari che illuminano la scena con alogeni sparati. Lavorare non è facile, e chi offre lavoro si deve soltanto ringraziare. Nero è nero, ma sono anche soldi, e soldi onesti per lo meno per chi il lavoro lo ha veramente fatto. E nel lavoro c’è il viaggio massacrante nel furgone, le levatacce, i ritorni incerti e le offese al momento della paga. C’è la stanchezza, l’amarezza e il disamore che contagiano tutt’intorno. Forza lavoro disponibile dicono irridenti i disoccupati napoletani, i professionisti del non lavoro, ed è una forza grigia, tenace e malridotta che continua ad animare riti d’altri tempi, il mercato degli uomini che bestie non sono…