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Sistema Maggioritario - Antonio Murru

Il sistema maggioritario è tipico dei paesi anglosassoni. Anche la Francia ha utilizzato dal dopoguerra quasi ininterrottamente questo modello. Il territorio viene suddiviso in collegi di dimensioni limitate, ciascuno dei quali esprimerà un solo eletto. Il partito, o la coalizione, che vince nella maggioranza dei collegi ottiene  il controllo del parlamento, a prescindere dal risultato che è stato ottenuto complessivamente. In questo schema ha grande rilevanza il collegio: non è raro che infatti il partito che si trova al governo cerchi di suddividere il territorio, di elezione in elezione, in modo tale da ottenere il rapporto voti/eletti più favorevole possibile. (Questa tecnica negli Usa si chiama gerrymandering).
Esistono molte varianti del sistema maggioritario, anche se la principale distinzione riguarda i modelli majority e plurality. Nel primo caso il candidato, per essere eletto, deve ottenere la maggioranza assoluta, 50%+1, dei voti espressi, nel secondo è sufficiente quella relativa. Per garantire nei modelli majority che qualcuno raggiunga la maggioranza assoluta esistono alcune opzioni. La più semplice è la previsione di un doppio turno che coinvolga tutti i candidati che hanno ottenuto una certa percentuale, piuttosto alta perché si realizzi una certa “scrematura” (In Francia per esempio è del 12.5%). Esistono però anche altre possibilità, come la preferenza plurima. I sostenitori del maggioritario sottolineano come, dall’adozione di questo sistema, derivi una maggiore stabilità di governo rispetto al modello proporzionale, dovuta non solo alla concreta possibilità che si formino maggioranze più consistenti numericamente ma soprattutto che le stesse siano politicamente più omogenee.
In realtà queste affermazioni sono state, almeno parzialmente, smentite da quanto è accaduto in Italia, dove si è votato con il maggioritario nel ’94, nel ‘96 ed infine nel 2001. Solo il 75% degli eletti era però scelto nei collegi uninominali, continuando ad esistere, per il restante 25% un sistema proporzionale. A “mitigare” ancora di più sistema maggioritario c’era poi il meccanismo dello scorporo che di fatto è stato una sorta di premio di minoranza. Dai voti effettivamente ottenuti nella parte proporzionale, prima di tradurli in seggi, ogni lista doveva infatti sottrarre quelli che erano serviti a vincere nei collegi, con il risultato che i partiti che nell’uninominale avevano espresso più eletti venivano immancabilmente penalizzati nel proporzionale o spinti ad espedienti, regolarmente utilizzati, come le cosiddette liste civetta. Un  effetto previsto dai promotori del referendum del ‘93 che non si è avverato è stata la riduzione dei partiti. Più che motivi tecnici però hanno pesato cause storiche e culturali.
L’adozione del sistema maggioritario è infatti avvenuta contestualmente alla fine dei tre più grandi partiti italiani.
Ne è seguita una frammentazione delle forze politiche che infatti non si è attenuata con il ritorno al proporzionale (di coalizione) votato dal parlamento nel 2005. Oggi i partiti, o movimenti,  presenti alla camera e al senato sono circa una ventina, alcuni dei quali formati da un solo individuo che finiscono tutti nel gruppo misto più variopinto della storia della Repubblica.