Ha ragione il Ministro D’Alema, quando dice che la politica italiana attraversa una fase decisamente delicata e al limite della crisi. Hanno ragione Bertinotti e Marini, che con la loro lettera hanno ribadito la necessità di avere l’autorizzazione del Parlamento per la divulgazione di intercettazione di parlamentari, al fine di evitare la messa in piazza di vicende private non rilevanti in sede legale. Hanno ragione anche tutti quelli che analizzano e denunciano costi, sprechi, devianze del “sistema politico”.
Il fatto è che dopo circa quindici anni , l’illusione della finta transizione verso una democrazia stabile , con Istituzioni ripulite dal marciume e senza il corollario di poteri occulti intorno sta definitivamente crollando. Siamo dunque alla resa dei conti? Forse. Magari. Sarebbe ora infatti che i nodi reali all’origine della crisi del sistema politico italiano venissero al pettine, sarebbe magari ora di affrontarli. Il fatto è che il corpus delle forze politiche è debole, troppo distante da una crisi civile altrettanto preoccupante dove il senso del bene comune è sparito, alla corretta informazione degli organi di stampa si sostituisce la corsa allo scandalo che “fa notizia”, dove gli organi inquirenti sembrano calamitati più su ciò che dice questo o quel esponente politico, piuttosto che sulla esistenza in questo paese di qualcuno in grado,da privato cittadino ma con tanti soldi, di metter in piedi una macchina di spionaggio degna di un film di 007.
Ma non finisce qui, perché delle responsabilità politiche regionali spesso se ne carica il governo centrale, viceversa invece le posizioni territoriali ne condizionano le decisioni! Si prenda come esempio la gestione rifiuti della Campania, dove un decreto del Governo ha sostituito l’azione della Regione, definendone di fatto l’incapacità d’azione,oppure l’ incapacità di affrontare nel merito e senza posizioni ideologiche argomenti chiave per sviluppo e concorrenza come l’alta velocità o la gestione, e non certo la privatizzazione, delle risorse idriche! Insomma, è ben chiaro che lo scollamento tra “sistema” istituzionale e l cittadino comune è totale: la percezione infatti è che le regole che vigono per il sistema politico, non siano le stesse che invece regolano la vita dell’italiano non “d’apparato”. Ed allora, abbiamo che il Nord produttivo e ricco dichiara la secessione economica dal resto del paese, che il mezzogiorno diventa fucina e terreno fertile per l’eversione e le forze criminali. L’impressione è proprio questa infatti: mai come ora dal dopoguerra l’ Italia è scomposta in pezzi, parti più o meno grandi con interessi privati da tutelare perché tanto “ognuno pensa al suo”, cocci di un paese che per l’assenza di una progettualità politica seria e contemporanea all’oggi è sempre più distante dall’Europa, sempre più vicino alla parte povera dell’occidente. Eppure, le possibilità di ricatto sarebbero tante, le potenzialità profonde. Serve però che in questo paese qualcuno faccia politica per portare avanti un progetto basato su una idea di bene comune, purché il qualunquismo estremo della ideologia particolaristica non condizioni più le attività di tutto l’arco parlamentare, purché al parlamento sia ridato il peso, il ruolo e la dignità che lo compete, oggi svilito da sceneggiate e dibattiti sterili e privi di contenuto.
La garanzia per la salute della democrazia parlamentare è rimasta solo una: il Quirinale; perché nella figura del Presidente della Repubblica c’è tutto il carisma (ed il potere) necessario, grazie ai continui richiami alle Camere mal digeriti da barbari purtroppo eletti, affinché si apra la via ad una soluzione della crisi del sistema politico, partendo da una legge elettorale che consenta maggiore stabilità e rappresentanza, per poi continuare con un ripensamento di un sistema che produce sprechi e voci di costo impensabili per un paese civile, al pari dei livelli di evasione fiscale. Come si fa infatti a spiegare alle persone che bisogna fare sacrifici per rimettere i conti in ordine, se poi esistono regole diverse che alla politica danno la connotazione del privilegio e non l’onore della responsabilità istituzionale da mandato elettivo? Come si fa a tenere coeso il paese, chiedendo a tutti di fare il proprio dovere fiscale, sociale, civile, se non si riesce a riaccendere un senso di “bene comune” che nulla ha che fare con il patriottismo, che è bello ma è altro, bensì col sentirsi tutti a remare sulla stessa barca?
Lo si fa esprimendo una idea di paese, un progetto, con punti di partenza, obiettivi di mezzo, e finalità, che metta i professionisti dell’antipolitica nell’angolo, gli strilloni televisivi nel ridicolo, porti alla luce e sconfigga ogni rigurgito di potere occulto che tenti di governare dall’ombra, che stabilisca regole semplici, chiare , ma che valgano per tutti. Come dettato dall’articolo 3 della Costituzione della Repubblica Italiana.