Durante la campagna referendaria dello scorso giugno tutti i politici concludevano, qualsiasi fosse la loro opinione circa il testo approvato dal centro destra, che dopo il voto sarebbe comunque stato necessario mettere mano alla Costituzione per modificarla in alcuni punti. Dopo circa sei mesi e la chiara vittoria dei no, le priorità sembrano essere diventate altre.
Si potrà dire che le riforme istituzionali non si fanno a inizio legislatura, ma questa spiegazione non è molto convincente. Se è vero che per la maggioranza potrebbe essere rischioso aprire un altro fronte di scontro al suo interno, è altrettanto vero che sarebbe necessario iniziare a discutere del modo in cui rendere più moderno e coerente il quadro istituzionale.
La Cdl,che disponeva di una maggioranza molto ampia nei due rami del parlamento, durante la scorsa legislatura ha perso una grande occasione. Nel breve spazio di pochi mesi ha infatti approvato due riforme che avrebbero potuto lasciare il segno e che invece sono diventate un altro ostacolo da rimuovere. Le modifiche alla seconda parte della costituzione e soprattutto la nuova legge elettorale non erano concepite per rendere governabile il paese. Nello specifico il “Calderolum” appare, per quanto riguarda il senato, una vera e propria assicurazione di instabilità politica, ma neanche il testo dei “quattro saggi” di Lorenzago che fortunatamente non è mai entrato in vigore, brillava per chiarezza e logica. Probabilmente il tentativo più serio di rinnovamento delle istituzioni fu fatto dall’attuale ministro degli Esteri con la commissione Bicamerale, anche se ancora oggi si pagano le conseguenze del suo fallimento. L’avvento del maggioritario e del bipolarismo, che è rimasto in vita anche dopo il ritorno del proporzionale con premio di maggioranza per la coalizione, non è stato seguito da un adeguato ritocco della Costituzione.
La nostra Carta fondamentale è infatti perfettamente coerente con il sistema proporzionale tanto che l’assemblea costituente prese in considerazione l’idea di includere questo modello elettorale tra le sue norme, mentre mostra alcune smagliature in regime di maggioritario o di bipolarismo.
Qualsiasi sia la forma di governo che si preferisca, non ci sono dubbi che la logica delle due coalizioni che si presentano al voto con programmi alternativi fa a pugni con la centralità del ruolo del presidente della Repubblica nel momento in cui si deve formare un nuovo governo. Quando nel 1994 ci fu il “ribaltone”, il centro destra e il suo leader accusarono l’allora Capo di Stato, Oscar Luigi Scalfaro, di non essere al di sopra delle parti. In realtà, alla base dello scontro, oltre alla polemica politica , c’era una diversa concezione di quello che doveva essere il ruolo del presidente in tempi di maggioritario. Scalfaro si limitò a seguire alla lettera il dettato costituzionale che però, secondo il fondatore di Forza Italia era stato modificato materialmente dal referendum del 1993. Se non si parla più di modificare la seconda parte della costituzione, il tema di una nuova legge elettorale è all’ordine del giorno, o quasi Il dibattito ha ricevuto un nuovo slancio dagli interventi del Presidente Napolitano e del Ministro degli Interni Giuliano Amato. Ma, già dai primi commenti degli esponenti delle forze politiche, si capisce che la strada da percorre è ancora lunga. Molte personalità di centro di entrambi gli schieramenti sembrano credere che sia venuto il momento di mettere in soffitta il bipolarismo, l’unica vera e faticosa conquista di questi anni di Seconda Repubblica.
Lo strumento più adatto per far fuori la democrazia dell’alternanza appare il modello tedesco che infatti in patria da più di un anno ha partorito la grande coalizione tra popolari e socialdemocratici. Non è facile però immaginare uno scenario del genere in Italia, dove le due grandi forze di centro, FI, e di sinistra i Ds sono state fino ad ora molto restie a legittimarsi a vicenda. Inoltre un’eventuale soglia di sbarramento piuttosto alta (5%), spazzerebbe via almeno sei o sette partiti, in maggioranza dell’Unione, che sicuramente non esiterebbero a mettere a rischio la vita del governo pur di bloccare un’iniziativa del genere.
Per lo stesso motivo il doppio turno alla francese, che probabilmente è il sistema che garantisce la maggiore omogeneità della compagine governativa, non sembra essere una strada praticabile, neanche se ammorbidita da una percentuale di proporzionale o dalla possibilità di far partecipare al secondo turno più di due candidati. Un sistema che non sembra dispiacere a molte formazioni minori è quello utilizzato per l’elezioni regionali, in cui le coalizioni, che presentano un candidato designato, hanno in caso di vittoria un premio di maggioranza del 10% o del 20%, attribuito attraverso un listino del presidente. Ultimo ad aggiungersi ad una lista sempre più numerosa è il modello spagnolo che, attraverso uno sbarramento su base circoscrizionale e non nazionale, tende a garantire la sopravvivenza dei partiti autonomisti concentrati in specifiche aree del paese.
Questa soluzione piace a FI, poichè risolverebbe non pochi problemi nei rapporti con la Lega Nord. Vista la grande confusione all’orizzonte, la via referendaria al momento sembra essere la più praticabile, anche se i partiti la vivono, per diverse motivazioni, come una pistola puntata alla tempia. Inoltre il testo che ne scaturirebbe in caso di vittoria del Si non sarebbe immune da critiche: diminuirebbero il numero di partiti, ma rimarrebbe la possibilità di maggioranze diverse nei due rami del Parlamento. Anche chi era contrario alla riforma costituzionale della Cdl ammetteva che c’era qualche intuizione giusta. Una di queste era il superamento del bicameralismo perfetto, che inoltre prevede due corpi elettorali diversi (al Senato vota solo chi ha compiuto i 25 anni). Se in Parlamento non ci sono i numeri per ridisegnare le funzioni dell’assemblea di palazzo Madama in senso regionale o addirittura federale, si potrebbe scegliere un profilo più basso, tentando di abbassare l’età per l’elettorato attivo. Un’ultima osservazione. Nel suo primo discorso da presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano ha invitato gli italiani a non allontanarsi dalla politica, ma non credo di travisare le sue parole se le intendo rivolte soprattutto ai partiti che hanno il dovere di render meno profondo il solco che c’è tra i cittadini e le istituzioni, anche attraverso nuove regole della rappresentanza .