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Napoli mediterranea e globale - Gabriella D’Amico

Napoli, città di mare, si affaccia sul Mediterraneo offrendo il suo spazio a quanti gradiscono sfruttarlo, piuttosto che goderlo, cercando di andare oltre la spessa cortina di fumo che ne cela le numerose problematiche.
L’1,3 % circa della popolazione è straniera residente: sud americani, europei dell’area orientale, indiani, pakistani, cinesi, africani, abitano, frequentano, lavorano ogni giorno nell’area metropolitana e nella provincia circostante.
Non è molto, se si pensa all’incidenza degli immigrati nelle regioni italiane del nord e pari al 6,4 % circa dei residenti, ma è comunque un dato rilevante e, soprattutto, percepito dalla cittadinanza, che non ne resta indifferente.
Ciò detto, è evidente come l’integrazione del popolo degli immigrati a Napoli, così come nel resto delle città italiane, resti una problematica nodale, intorno alla quale discutere: considerato l’aumento, graduale ma costante, dei flussi migratori in Italia e considerata, soprattutto, l’incidenza dei minori stranieri sulla crescita demografica della popolazione, notoriamente bassa, non ci si può non chiedere quale sia il livello qualitativo dell’immigrazione registrata e quali le prospettive offerte a quanti scelgono di trasferirsi in Italia.
Napoletani e stranieri a confronto, mostrano di capirsi, o almeno di cercare un terreno di scambio.
L’iniziativa, tuttavia, resta ancora delegata alle associazioni, di estrazione prevalentemente cattolica, che sul territorio gestiscono servizi e spazi, dedicati agli immigrati: l’integrazione, ancora un concetto distante dalla realtà.
Nelly Hernandez Ortega, originaria di Santo Domingo ha 32 anni, di cui 15 trascorsi in Italia e sembra non passarsela male; un lavoro stabile, contributi pagati, un marito, una casa, non di proprietà, nel quartiere Vomero e due figli, Tauny e Emanuel.
In Italia è venuta per raggiungere sua madre, che già dall’ ‘89 lavorava a La Spezia; poi la scelta di trasferirsi al Sud, nonostante i disagi, la vita più frenetica e il guadagno, comunque più basso.
Oggi, Nelly dice di star bene, nostalgia a parte: il sogno si rivolge all’altro capo dell’Oceano, ma lei, qui, ha una vita, i suoi figli vanno a scuola e parlano due lingue, lei e il marito hanno trovato lavoro e, col tempo, anche amicizie. Nodo più grande da sciogliere: l’integrazione.
Ed infatti, Nelly e suo marito Andrè fanno parte di un’associazione chiamata “Granello di Senape” gestita da italiani e che fa capo alla parrocchia di Santa Maria della Libera, al Vomero: ne fanno parte altri sud americani e anche capoverdiani, in ogni caso, credenti o meno, cattolici o induisti, tutti possono partecipare alle iniziative, prevalentemente riunioni, volte a favorire lo scambio e la conoscenza tra i gruppi.
Quello che sembra notevole, è la scelta di organizzare raccolte di beneficenza per aiutare gli abitanti dei paesi più disagiati, distrutti dalla guerra, ad esempio, il Ruanda, oppure i connazionali in difficoltà. Una buona idea per favorire la solidarietà tra gruppi e per cambiare la prospettiva di quanti sono arrivati in Italia per essere aiutati e si trovano, a loro volta, parte attiva di un programma di aiuto.
Bontà o meno delle iniziative di stampo assistenziale, a guardarle sotto il profilo più squisitamente politico,  si tratta senza dubbio, di una scelta operativa sul piano sociale.
Ma il tutto si ferma qui: non c’è scambio tra italiani ed immigrati, non si conoscono, se non per motivi di lavoro, raramente parlano tra loro, se non nei casi in cui gli stranieri, prevalentemente donne dell’Est, trovano lavoro come assistente per anziani, notte e giorno: solo in quel caso, da uno screening effettuato, lo scambio è più forte, i rapporti si intrecciano, giorno dopo giorno, complice la convivenza e la necessità di imparare una lingua, il più delle volte completamente sconosciuta all’arrivo, ma anche il forte senso di solitudine e la nostalgia di casa.
Il problema resta ed è centrale: il senso di appartenenza ad una comunità è la sola via per evitare il disagio che genera comportamenti antisociali, se non pericolosi o, semplicemente, scelte di consapevole, quanto involontario isolamento.
Ignorarlo oggi, significa non aver contezza del cambiamento irreversibile intervenuto in una società sempre più aperta che non ha altra scelta che tentare di adeguarsi, presto e nel migliore dei modi, ad esso; l’alternativa è la disgregazione ad opera dei suoi stessi protagonisti.