Il Mediterraneo: cintura di diversità e rimedio ai fondamentalismi - Carmen Credendino
Mediterraneo vuol dire, per l’Europa, costruire un proprio ruolo intorno al superamento del conflitto tra civiltà, che è la china lungo la quale si rafforzano a vicenda opposti fondamentalismi. Mediterraneo vuol dire, per l’Europa, proporsi come una terra di mediazione, capace di suggerire vie di sviluppo che spingono ad incontrarsi e comprendersi.
Così il Sud dell'Europa si staglia come fulcro di identità in movimento, culla di pensiero e civiltà, patria di dialogo. Un punto di ripartenza per l’Unione che a Sud potrebbe trovare spazi di pensiero e tessiture politiche assai feconde.
Etimologicamente Mediterraneo/medi-terraneo vuol dire mare tra le terre, un’espressione significativa per più ragioni. In primo luogo perché è un mare che media e tiene insieme terre diverse tra loro. E quindi il contrario dell’allergia reciproca, del conflitto tra le civiltà. Ma Mediterraneo è anche equilibrio tra terra e mare, tra due principi opposti, quello solido e stabile dell’appartenenza e della protezione e quello mobile e liquido della libertà, che esalta la partenza e l’iniziativa dell’individuo. Oggi si fronteggiano invece due fondamentalismi: quello della terra, dell’identità e della comunità, che chiude l’individuo nel muro dell’appartenenza, e quello dell’oceano, un mare senza limiti che riduce l’uomo a un atomo in continua competizione con gli altri, impossibilitato a fermarsi, perché ossessionato dalla possibilità che essi possano superarlo. È il fondamentalismo del mercato.
Con il suo reciproco limitarsi di terra e mare, il Mediterraneo sottolinea, invece, che occorre trovare un punto di equilibrio, una “misura” capace di mediare libertà e protezione sociale, individuo e comunità. Una battaglia tutt’altro che locale, ma tesa ad individuare un punto d’incontro tra il nord ovest e il sud est del mondo che s’incontrano proprio su questo mare. Il Mediterraneo non è un idillio turistico, ma un’idea di pensiero e di saggezza, non è una nostalgia, ma una terapia per le patologie del tempo presente. Anche l’Unione è nata per essere incontro fecondo di diversità, per far camminare insieme unità e molteplicità, per essere scambio di beni e conoscenze. Eppure nonostante tante similitudini, l’Ue sembra trascurare questa area, soprattutto da un punto di vista politico.
Perché l’Europa mediterranea ha a lungo dormito, incapace di cogliere il carattere generale e globale della propria collocazione. A lungo l’Europa mediterranea ha considerato tale tratto comune più come un peso che come una risorsa politica generale, dominata più dalla necessità di dimostrare di essere all’altezza della nuova costruzione che non da quella di farsi portatrice di un’idea di Europa diversa e più ricca di quella rinchiusa sul suo cuore continentale. È importante segnalare che con la crisi libanese, per la prima volta, e dopo molti anni, si è visto qualcosa di nuovo, ed è molto importante che questa novità sia stata rappresentata dall’Italia, che ha scosso dal suo torpore l’Europa, non solo quella settentrionale, ma anche la Francia e la Spagna.
L’autonomia dell’Unione passa attraverso la sua capacità di definire un proprio ruolo originale nei rapporti con il mondo arabo-islamico. La prospettiva mediterranea non è una proiezione romantica, ma qualcosa di molto più concreto, è l’esame di maturità dell’Europa come soggetto politico globale. Lungo le sponde della cultura mediterranea si sviluppa, però, anche la questio dei rapporti tra cristianesimo, filosofia greca e il credo islamico. Verità che continuano a urtarsi prima di comprendersi. Di fronte al confine possono prodursi due atteggiamenti opposti: quello di provare ad attraversarlo e a comunicare con l’altro e quello difensivo di mettere i paletti ad ogni contaminazione. Va da sé che pensare il Mediterraneo significa invece avere il gusto di varcare il mare, non per convertire, ma per allargare la fraternità, proprio come fece a suo tempo Francesco di Assisi. E si badi bene: questo non significa abbandonare la propria identità, ma praticarne un’altra versione, più generosa e più coraggiosa, più capace di aprirsi al futuro, abbattendo la preliminare preoccupazione identitaria. esto